HELMET – Il rumore del mondo

La creatura del compositore Page Hamilton approda a quello che possiamo considerare come l’album più accessibile della carriera degli Helmet. “Dead To The World” è un disco che stempera la carica noise della leggenda newyorkese per andare incontro alle melodie alternative che potrebbero far breccia anche presso gli ascoltatori più giovani. La telefonata con un personaggio così iconico ha rivelato il lato “fun” e rilassato di Page, un musicista incredibilmente dotato e preparato che si è presentato ai microfoni di Suffer Music Mag per presentare la sua nuova fatica.

helmet

Page partiamo col parlare del nuovo album “Dead To The World”…
Non ti aspettare la solita introduzione del tipo “è il migliore disco che potessimo comporre”, sia chiaro (ride ndA).

Bene, apprezzo la sincerità!
Non volevo dire che non lo fosse eh! A parte gli scherzi sono fiero di un disco come “Dead To The World”, è la testimonianza di come gli Helmet siano ancora vivi e vegeti e abbiamo qualcosa da dire. Ho composto la gran parte del materiale nel mio studio casalingo mentre per quanto riguarda i testi ho preso spunto dalla mia vita, le esperienze di tutti i giorni. Tornando alla parte musicale penso sia una progressione naturale del noise-rock che contraddistingue gli Helmet da sempre anche se c’è un tocco moderno che penso piacerà anche ai ragazzi più giovani. Stavo ascoltando un disco dei Therapy? l’altra sera e stavo pensando che mi piacerebbe davvero riuscire a suonare ruvido e melodico come i miei amici irlandesi!

A dire il vero ci sono alcuni brani di “Dead To The World” che sono perfetti proprio nell’unire melodia e “rumore”, penso ad esempio ai primi due brani del disco.
“Life or Death” ha un interessante pattern di batteria e basso che ho voluto far intrecciare con le armonie di chitarra. E’ stato un buon esercizio e forse è il brano più rappresentativo del disco. Anche “I Love My Guru” ha quello stesso vibe e il testo è molto divertente, parla della mia vita californiana e di quanto la gente qui sia tutta presa nella sua spiritualità e cose del genere. Ammetto che mi ci è voluto un po’ di tempo per lasciarmi andare a questo tipo di cose.

Hai parlato della vita a Los Angeles, che differenze trovi tra L.A. e New York?
Ho vissuto tanti anni a New York in un periodo dove se ti trovavi nel posto sbagliato al momento sbagliato rischiavi la pelle. Avrei tanti aneddoti da raccontarti, adesso mi fanno sorridere ma all’epoca non erano così piacevoli… storie di violenza, droga ecc.. Los Angeles è più rilassata, ha un suo indubbio lato oscuro ma in generale è proprio un altro mondo. Mi sembra che il lato artistico della città sia più accessibile.

Tornando al disco puoi parlarci dell’artwork?
Ammetto che è una immagine molto potente e se la metti insieme al titolo del disco puoi leggerci il mio pessimismo per lo stato attuale del mondo. Abbiamo una elezione imminente e chissà chi sarà il nostro nuovo presidente (l’intervista è stata registrata ovviamente prima delle elezioni presidenziali negli States ndA). Ambedue mi ispirano fiducia pari a… zero! Comunque la parte più interessante dell’artwork è il retro dove puoi vedere il deserto che è presente in copertina ma senza orme. Insomma volevo rappresentare il fatto che il mondo sta andando avanti ma non sappiamo dove stiamo andando. Non sono un politico ma volevo rappresentare questo clima di incertezza.

In passato hai collaborato con David Bowie, che ricordi hai di quella esperienza e come hai appreso della sua scomparsa?
Collaborare con Bowie è stato un privilegio. Era una persona incredibilmente gentile, un gentleman fatto e finito oltre che un artista geniale. Mia moglie me lo fece conoscere e c’è stato un periodo che non ascoltavo altro, figurati quando poi anni dopo ho collaborato con David, mi sembrava tutto assurdo. Mi sarebbe piaciuto collaborare di nuovo, magari registrare qualche idea se mai ce ne fosse stata la possibilità. Artisti come Bowie non ne nascono ogni giorni, mancherà al mondo della musica, la sua morte è stato un shock: ero in macchina e ho appreso la notizia per radio, bruttissimo modo di iniziare la giornata.

Nei ritagli di tempo hai composto musica per alcune colonne sonore, com’è nata questa attività parallela?
Gli Helmet sono la mia creatura ma non riesco a stare fermo con le mani in mano, la musica è la mia vita. Quando un mio carissimo amico mi ha proposto di comporre la colonna sonora di un suo film non ci hi pensato nemmeno per un secondo nonostante non avesse davvero idea di come approcciarmi alla cosa. Adoro ficcarmi in situazioni al di fuori della mia comfort zone!

E comporre musica per colonne sonore ha influenzato il tuo modo di scrivere per gli Helmet?
In parte sì, forse in modo inconscio ma penso di sì. Considero molto di più la composizione in termini di insieme: forse sembra paradossale ma ho imparato a curare meno i dettagli e più le atmosfere, mi ha reso meno maniacale nell’approccio alla scrittura (ride ndA).

MALIBU, CA - July 12, 2016 - Helmet, rehearsal


Hai studiato chitarra jazz e ne sei un grande appassionato; il nostro pubblico è prettamente rock e probabilmente ti conosce solo in veste di cantante/chitarrista degli Helmet, quali artisti consiglieresti a chi volesse avvicinarsi a questo mondo?

E’ una domanda difficile perché non so se sono in grado di dare consigli di questo tipo. In principio mi sono avvicinato al jazz per motivi di studio, non perché mi sentissi affine a questo tipo di musica. Ho frequentato la the Manhattan School of Music di New York e piano piano mi sono appassionato a questo movimento, non solo dal punto di vista musicale ma anche alle storie e alle persone che compongono questo mondo. Non male per un ragazzotto che ha scoperto la musica con i Led Zeppelin. Da più di un decennio ho un routine: ogni mattina mi sveglio e metto su un disco jazz sul piatto, è il mio modo di svegliarmi e di entrare in sintonia con il mondo. E’ come avere una vita parallela, di giorno ascolto e suono jazz e di sera faccio l’animale metal sul palco! Posso consigliarvi i classici come Charlie Parker, Nat King Cole e Bill Evans: la versione dello standard jazz “Beautiful Love” che è stata inclusa nella edizione deluxe di “Betty” è stata ispirata proprio da una esibizione di Evans. Se siete intrigati da questo mondo iniziate ad ascoltare qualcosa, immergetevi in questo mondo e fate il vostro percorso.

Permettimi una domanda su “Betty” visto che hai citato l’album: come ci si sente a sentirsi associare solamente a quell’album da certa parte di pubblico e addetti ai lavori?

Guarda c’è di peggio nella vita (ride ndA). In molti associano il nome Helmet con quel disco e mi sta bene, altrettanti pensano che abbiamo pubblicato solo quel disco e questo ovviamente non mi sta bene però c’è poco che posso fare in questo senso. Il mio compito è quello di comporre ottime canzoni senza guardare troppo al passato e se poi nonostante i miei sforzi gli Helmet saranno ricordati solo per “Betty” beh ti ripeto, almeno saremo ricordati per quel disco! E poi ovviamente è un capolavoro quel disco, non dimenticartelo (detto con tono solenne! ndA).

Page grazie per la tua disponibilità: manca pochissimo alla vostra data italiana, hai qualcosa da dire ai vostri fan italiani!
Grazie per questa intervista e non vedo l’ora di vedervi tutti da sopra il palco durante lo show e al bar dopo il concerto! Non siate timidi, dai che ho voglia di migliorare il mio italiano!

Parli davvero italiano?
No, conosco solamente poche frasi che mi ha insegnato il mio amico Fabio che è italiano! Vuoi che te le dica? (e Page si cimenta in un perfetto italiano nelle più classiche frasi da rimorchio! ndA)

[DAP]

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