Metallica vs Avenged Sevenfold

Metallica – Hardwired…to Self-Destruct (Blackened Recordings)

Otto lunghi anni di attesa inframezzati da film, live e progetti (il famigerato disco “Lulu” con Lou Reed) e finalmente abbiamo tra le mani il tanto atteso seguito di “Death Magnetic”, l’album dei Metallica da molti considerata la rinascita dei quattro cavalieri di San Francisco dopo anni di dischi quanto meno criticati. “Hardwired…to Self-Destruct” si presenta in grande stile con la solita “vulgar display of power” di merch e edizioni lussuose che si declina nella versione base in due dischi contenuti in un curatissimo digipack. L’impressione generale dopo svariati ascolti di “Hardwired..” è che ci sia una differenza quasi abissale in termini di qualità tra i due dischi, se nel primo infatti vengono raccolte le canzoni più convincenti di questa uscita, nel secondo le cose si fanno dannatamente meno intriganti… ma procediamo con ordine! Nel primo disco troviamo tre brani già ampiamente proposti negli scorti mesi dai Metallica nelle varie uscite promozionali: la velocissima e d’impatto “Hardwired”, sorta di trailer dell’intero disco e brano più breve del lotto con i suoi tre minuti, e la coppia d’assalto “Atlas, Rise!” e “Moth Into Flame”, ambedue ricche di citazioni più o meno autoreferenziali (la prima con tanto di rifforama maideniano) e a conti fatti i brani migliori dell’intera raccolta per grinta, idee e resa finale. I restanti tre brani del primo disco suonano solidi e piacevoli, con punte di eccellenza nella conclusiva e variegata “Halo on Fire”. Se fino a qui le cose sono davvero intriganti basta mettere il secondo disco nel lettore per non trovare la famosa quadratura del cerchio: i primi quattro brani sembrano infatti outtakes di passate session di registrazione da quanto suonano piatte e senza mordente, con picchi di banalità in una francamente scialba “Am I Savage?”. Il tutto suona ancora più stravagante se pensiamo che gli ultimi due brani presenti, il tributo a zio Lemmy di “Murder One” e la conclusiva sfuriata thrash (sì ,un brano thrash dei Metallica nell’anno di grazia 2016) “Spit Out the Bone” , suonano davvero molto convincenti! Nel bene e nel male i Metallica riescono sempre a fare discutere e anche “Hardwired…” ha diviso i fans tra chi lo adora e festeggia il ritorno dei Four Horsemen ai fasti di un tempo e tra chi non perderà occasione per decretare per l’ennesima volta la fine della (ex) thrash metal band più famosa di tutti i tempi. A mente fredda “Hardwired…” si rivela come un disco non perfetto, non eccezionale ma dannatamente divertente da ascoltare, ricco di pregi e di altrettanti difetti. Ma diciamocela tutta, rivedere i quattro ‘tallica all’opera con questa verve e voglia di divertirsi vale quasi mezzo prezzo del biglietto!

Avenged Sevenfold – The Stage (Capitol)

In un periodo storico in cui è difficile non trovare settimane prima dell’uscita ufficiale il leak di un disco ha destato davvero scalpore la pubblicazione a sorpresa di “The Stage”, nuova fatica degli amati/odiati Avengend Sevenfold. La band californiana si ripresenta presso il grande pubblico proponendo in line-up i batterista Brooks Wackerman (ex Bad Religion) e con un album a tema fantascientifico che prevede la benedizione, e un curioso featuring, dello scienziato Neil DeGrasse Tyson. L’approccio degli A7X alle nuove composizioni è stato più ragionato e meno “tamarro” nel riproporre quell’ideale incrocio tra sonorità maideniane, tutta la scena hair metal eighties e quel pizzico di modernità metalcore che piano piano, e in “The Stage” appare sempre più lampante, è andata via via a scemare. La titletrack della durata di otto minuti e posta sapientemente a inizio lavoro tratteggia davvero bene quanto possiamo aspettarci dal resto del disco in una cavalcata dove la voce del poliedrico M. Shadows svetta sempre e la band mostra una intelligenza sonora superiore alla media per quanto riguarda gli arrangiamenti. Altro episodio particolarmente interessante per le soluzioni adottate è “Sunny Disposition” dove fa capolino una tromba niente meno che nel ritornello e abbiamo la possibilità di ascoltare un tessuto ritmico fantasioso nelle parti più d’atmosfere e spietatamente heavy in quelle più veloci. “The Stage” viaggia su livelli di assoluto valore (l’epicità di “Creating God” forse il momento più alto del disco) e se escludiamo li finale un po’ sconclusionato di della monumentale “Exist” possiamo salutare il nuovo album degli A7X come un nuovo successo. L’esordio per Capital Records tratteggia idealmente un nuovo corso per la band di Orange County, più riflessiva e colta ma senza dimenticare le caratteristiche che hanno reso gli Avenged Sevenfold una della realtà metal più importanti del panorama moderno.

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