Boy Hits Car – Waves of Sound Across Oceans of Time

Completamente fuori dai radar mainstream, ma pure da quelli underground, i Boy Hits Car tornano a sorpresa con un disco nuovo di zecca dal solito titolo enigmatico e mistico. Per chi si fosse perso le puntate precedenti, i BHC sono stati buttati nel calderone numetal in una delle mille ondate, a mio avviso in modo frettoloso e senza troppi punti di contatto, grazie ad un disco davvero fresco e ispirato (l’auto intitolato del 2001). Per la cronaca, la band si autodefiniva come lovecore… I punti di forza? Arrangiamenti molto validi, variegati e che prendevano spunto dall’alternative rock/metal quanto da fraseggi etnici/mediorientali, un approccio da “sangue alla testa” mediato da melodie e fraseggi molto catchy e poi il fattore Cregg Rondell, frontman dal timbro vocale molto particolare, autore di testi filosofici e davvero poco banali (agli annali è rimasta la linea “as I watch the sun fuck the ocean, crying” per descrivere un tramonto e la fine di una relazione!). Dopo tre dischi passati completamente nel dimenticatoio, a dodici anni da “All That Led Us Here” ritroviamo la band californiana in pista con questo lavoro che rimane in bilico tra nostalgia, punti di indubbi interesse e altri momenti francamente opinabili. L’opener “Ground Swell of the Disenchanted (Under One Sun)” restituisce subito al meglio quanto può proporre la band: intreccio ritmico e chitarristico “etnico”, improvvisi scatti hard rock, voce e melodia sciamanica di Rondell. Se però lo start è perfetto per ricordarci come i BHC hanno tante frecce al proprio arco, arriva una “Injustice Fatigue che parte bene ma poi si perde nel ricercare, in modo poco comprensibile, riferimenti in area RATM. Da qui la tracklist di dipana tra brani riusciti (es. “Mind Evolution” che ricorda vagamente la vecchia hit “Man Without Skin”) e altri che sembrano più che altro brani mediocri e tutt’altro che memorabili. Diciamo che ci siamo ritrovati quasi a sorpresa tra le mani una manciata di nuovi brani interessanti ma, come prevedibile, questa uscita ci ha dato lo spunto per ritornare a mettere nel lettore l’unica vera prova di forza dei BHC, il già citato album auto intitolato.

Waves of Sound Across Oceans of Time (2026 – DIY)

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