Dopo l’ormai consueta scia di singoli pre-release, eccoci finalmente a parlare di “Damnatio Memoriae”, debutto discografico dei Mary Was A Machine che qui viene introdotto dalla band stessa.

“Damnatio Memoriae” è stato il vostro personale biglietto di ingresso nella scena alternative metal, un disco che lega a mio modo di vedere bene diversi elementi che vanno dal metal vecchia scuola agli elementi più odierni portati da deathcore e metalcore in primis. Come siete soliti descrivere questo lavoro?
Con “Damnatio Memoriae” abbiamo voluto abbracciare il suono moderno restando però ben saldi alle nostre vere radici: il metal e l’alternative dei primi anni 2000 e 2010, che rappresentano il punto di incontro naturale tra tutti noi. Il disco doveva suonare pop e accessibile, ma senza rinunciare a momenti più estremi presi in prestito da deathcore, ambient, shoegaze e progressive. Pensiamo di esserci riusciti e ne siamo davvero orgogliosi. Ogni membro della band ha portato le proprie idee, che hanno trovato coerenza una volta inserite nella grande “culla” alternative a cui facciamo riferimento.
Parlando appunto del sound e come appena detto, il disco è un mix di imput capace di se non altro di incuriosire una larga fetta di ascoltatori, dal metalhead al giovane più incline alla scena core odierna. Era questo l’obiettivo principale una volta iniziato a pensare a questo disco? Quali sono state a vostro modo di vedere le basi sulle quali siete partiti a lavorare in termini di risultato finale da ottenere?
Assolutamente sì. La nostra missione era quella di farci strada verso il pubblico più ampio possibile, permettendo a chi ascolta di trovare comfort ma anche curiosità, soprattutto tra i fan del metal più old school. Il metodo di lavoro è stato molto diretto: riff, brani e arrangiamenti venivano proposti e poi passavano tutti dalla supervisione di Daniel e dal sound design di Fabio Seccamani, il nostro sound designer, che ha avuto un ruolo fondamentale nel dare coesione e identità al disco.
Il nuovo singolo “Confession” è tra i brani più “accessibili” dell’intero lavoro, forse il più radio friendly in generale, con una base dal sapore tipicamente djent e un cantato che per la maggiore si esprime su tonalità melodiche. Questo brano può essere visto come un punto di partenza in chiave futura? Parlateci del brano!
Abbiamo volutamente scritto brani leggermente diversi tra loro per capire anche la reazione dell’ascoltatore. I pezzi più immediati come “Confession” o “About You, About Me” hanno sempre suscitato molta curiosità… e lo ammettiamo: ci divertono parecchio. Quindi sì, in futuro porteremmo avanti questa formula, continuando però a sperimentare e ad aggiungere elementi nuovi. “Confession” nasce in realtà anni fa, da un progetto precedente ai Mary Was A Machine in cui suonavano Hakem, Claudio e Davide. Daniel ne ha sempre visto un grande potenziale e ha deciso di riarrangiarlo e modernizzarlo fino a trasformarlo nella versione attuale. È probabilmente l’esempio più chiaro del nostro workflow compositivo su “Damnatio Memoriae”.
Da un lato all’altro, ossia “Alien”, un brano decisamente heavy, che poco lascia a melodia e partiture soft. Quale a vostro avviso è la vera anima dei Mary Was A Machine? Quella più heavy o quella più “sperimentale”?
Diremmo che siamo esattamente nel mezzo. Ci sono momenti fortemente metalcore, come in “Alien”, ”Thorns” o nel finale di “April’s Days”, che arriva addirittura a sfiorare il deathcore. Allo stesso tempo, però, alla base del nostro sound c’è una forte componente emo. Il nostro vero obiettivo è emozionare. “Alien”, ad esempio, è stata pensata principalmente per il contesto live: volevamo un brano capace di far partire il pogo, e in setlist mancava qualcosa di così diretto e aggressivo. Era giusto accontentare anche quel lato del pubblico.
Come spesso vediamo di questi tempi, anche voi per quel che riguarda l’album campaign avete optato per un ciclo su media/lunga distanza, ossia pubblicando singoli con tempistiche definite e arrivando alla pubblicazione del disco solo dopo l’uscita della maggior parte dei brani. Vista l’esperienza fatta, come reputate questa modalità di lavoro? Nel senso, fino a qualche anno fa nell’era pre-Spotify un disco si basava su due singoli in uscita pre-release e il disco a seguire, oggi invece sembra quasi più importante un singolo rispetto al prodotto finale stesso… Che ne pensate?
Siamo grandi amanti del formato album e, soprattutto, della stampa fisica. Detto questo, oggi la strada seguita dalla maggior parte degli artisti è quella di pubblicare un singolo ogni due o tre mesi e poi raccoglierli in un disco con qualche brano inedito. L’ascoltatore moderno è piuttosto pigro e questo metodo si adatta perfettamente alle dinamiche dello streaming. Allungare i tempi di release permette anche agli artisti di non restare “scoperti” troppo a lungo: pubblicare tutto subito rischia di far passare il disco inosservato e di lasciare un grande vuoto prima delle nuove uscite. In sintesi? Questo nuovo approccio non ci dispiace affatto.
Sempre rimanendo su questo tema, anche a livello di filo conduttore, il produrre brani in periodi diversi non comporta il rischiare di trovarsi davanti a produzioni che magari non si legano perfettamente se pensati in un contesto finale di album? Stesso ragionamento anche sui testi ovviamente…
Nel nostro caso no, perché tutti i brani di “Damnatio Memoriae”sono stati scritti tra il 2023 e l’inizio del 2024 e registrati in un’unica sessione di una settimana nel marzo dello stesso anno. La coesione per noi è fondamentale, quindi abbiamo preferito “giocare d’anticipo”.
A proposito dei testi, “Damnatio Memoriae” sembra legarli da un unico filo conduttore. Possiamo dire che a livello di tematiche trattate siamo di fronte a una sorta di concept album?
Assolutamente sì. “Damnatio Memoriae” racconta un viaggio emotivo verso la realizzazione personale e la crescita individuale. Si parte da “Confession”, dove il protagonista sente il bisogno di “confessarsi”, e si arriva a “Damnatio Memoriae” e “Fare Thee Well”, che chiudono il cerchio liberandolo dai suoi tormenti.

La copertina vede protagonista la figura di una suora, un’immagine forte, tra sacro e profano (spiritualità e metal), qualcosa che di sicuro è impattante agli occhi di chiunque. Cosa volete comunicare attraverso l’artwork?
La figura della suora è il filo conduttore di tutte le release e rappresenta dolcezza e purezza inserite in un contesto heavy come quello metal. La nostra estetica è sempre stata legata alla bellezza artistica, ai raffreschi e all’immaginario cattolico: non per provocazione, ma perché lo riteniamo estremamente affascinante, pulito e potente nel contrasto con la nostra musica. Non a caso il nostro nome unisce “Maria” e “Macchina”. In questo concept, la suora è la protagonista dell’album: prigioniera della sua tonaca all’inizio, viene liberata alla fine del percorso. Questo immaginario si riflette anche nei testi, dove ricorrono riferimenti a confessione, spine, colomba di Noè e simbolismo cristiano.
Cosa dobbiamo aspettarci dal 2026 dei Mary Was A Machine?
La prima metà dell’anno sarà fortemente dedicata ai live per promuovere il disco. Invitiamo chiunque abbia apprezzato Damnatio Memoriae a proporci nella propria città! E ovviamente promettiamo nuova musica… perché non abbiamo alcuna intenzione di fermarci.
WEBSITE
www.marywasamachine.com


