SANTIAGO DIGITAL – L’anima dietro il suono: quando la musica diventa un atto di verità

Con Reverse Ego, il nuovo album di Santiago Digital, alias del produttore e musicista bresciano Dimitri Rusich, ci troviamo di fronte a un lavoro che riflette profondamente sull’identità, sull’autenticità e sull’impatto dell’ego nell’era contemporanea. Un disco che unisce elettronica, soul, hip hop, funk e suggestioni cinematiche, dove ogni brano diventa un tassello di un mosaico personale e collettivo al tempo stesso.
In questa conversazione, Santiago Digital ci accompagna dietro le quinte del suo mondo sonoro, tra ricerca interiore, urgenza espressiva e la volontà di riportare al centro la verità emotiva della musica.

Il progetto Santiago Digital sembra muoversi con naturalezza tra elettronica, afrobeat, downtempo e influenze funk e hip-hop. C’è un filo conduttore che lega queste anime diverse o è più un viaggio libero, senza una meta precisa?
Il filo conduttore sono gli ascolti stessi, che cambiano e si evolvono nel tempo. A volte l’ispirazione arriva in modo inconscio, altre volte scelgo deliberatamente di lavorare su uno stile che mi ha colpito in quel particolare momento.
Dopo anni passati principalmente tra funk e hip-hop, ora cerco di aprirmi a tutto: musica contemporanea, classici del passato, generi che prima non esploravo. Circa due anni fa, per esempio, ho iniziato a studiare la salsa. Ultimamente sto ascoltando molto flamenco. Quando scopro una nuova tendenza o un sound che non conosco, cerco di analizzarlo: come funziona ritmicamente? Quali suoni lo caratterizzano?
Tutte queste influenze si depositano, sedimentano, e inevitabilmente riemergono quando mi siedo a scrivere un pezzo. È un processo naturale, quasi involontario.

I tuoi brani hanno spesso un forte senso visivo e narrativo, quasi cinematografico. In che modo le immagini, reali o immaginate, influenzano la tua scrittura e la produzione sonora?
Adoro il cinema e inevitabilmente questa passione si insinua nel mio immaginario quando creo musica.
In origine questo album doveva avere molti più skit tra un pezzo e l’altro. Volevo creare qualcosa che ricordasse i vecchi album dei Beastie Boys o le colonne sonore di Tarantino, con frammenti dialogati che legassero le canzoni tra loro. Purtroppo ho dovuto rinunciarci per questioni di copyright. Ma la commistione tra musica e immagini ha una potenza incredibile. Quando scrivo spesso visualizzo delle scene: è come se stessi componendo una colonna sonora per un film immaginario.

In “Red Balloon” e “Souljah” si percepisce un equilibrio tra introspezione e groove, tra corpo e spirito. È un contrasto che cerchi consapevolmente o nasce in modo istintivo durante il processo creativo?
Per quanto riguarda i testi (non parlo di “Souljah” perché non l’ho scritto io) l’introspezione mi viene molto naturale. Sono il materiale che conosco meglio: portare alla luce i miei pensieri e le mie sensazioni è quasi automatico quando scrivo.
Ma non sono un grande fan dei brani lenti. Mi viene istintivo associare questi contenuti personali a ritmi più veloci, più energici. Trovo più interessante il contrasto.

Il nuovo album sembra raccontare un percorso personale, ma anche musicale: una sorta di diario sonoro in continuo movimento. Quanto c’è di autobiografico e quanto invece di “fiction” in queste canzoni?
Sono cresciuto molto realizzando questo disco, sia come autore che come musicista. Mentre scrivevo prendevo anche lezioni di armonia con il maestro Tullio Pernis, che ringrazio per l’immensa pazienza. Le nozioni che ho appreso mi hanno permesso di sviluppare capacità nuove e di rendere alcuni pezzi più articolati.
Però ho anche imparato a non sentirmi in dovere di dimostrare niente: se mi piace un approccio modale su due accordi, va bene così. Non tutto deve essere complesso per essere valido.
Per quanto riguarda i contenuti, la maggior parte delle storie sono personali. Ma c’è anche una piccola parte che viene dall’osservazione: situazioni grottesche o più poetiche che vedo intorno a me e che finiscono per insinuarsi nei testi. È un mix tra quello che vivo e quello che assorbo dal mondo.

Collabori con musicisti provenienti da mondi molto diversi, dal reggae africano di Slim Gong al pop-rock di Filippo De Paoli, fino ai musicisti più legati al funk e alla scena elettronica. Come scegli le persone con cui lavorare, e cosa cerchi in una collaborazione?
In realtà non sono particolarmente selettivo nelle collaborazioni. Ovviamente un musicista o un cantante deve essere funzionale al brano, ma poi basta poco: a volte anche un incontro casuale o uno scambio veloce può accendere qualcosa, e quando succede cerco di seguire quell’entusiasmo. Devo dire però che trovare featuring per questo progetto non è stato facile. Per tutti ero “solo un DJ”, nessuno mi conosceva come produttore o autore. Quindi non ho trovato grande disponibilità da parte di altri artisti. Spero che questo disco possa sbloccare qualcosa.
Per fortuna ho potuto contare su una base di amici musicisti molto bravi che, conoscendomi, mi sono stati vicini con pazienza e mi hanno dato una mano quando ne avevo bisogno. E poi c’è Mattia, con cui già condividevo le serate da DJ: è stato disponibile dal primo giorno. Ha un talento incredibile e ha letteralmente dato un senso ai miei pezzi strumentali, sono molto soddisfatto. È perfetto per il tipo di musica che faccio, e continueremo sicuramente a collaborare.

Il nome “Santiago Digital” evoca un cammino, ma anche una dimensione urbana, tecnologica. È una metafora di come cerchi di conciliare spiritualità e modernità, analogico e digitale?
Vorrei dire di sì, ma la verità è molto più banale: con i nomi faccio schifo.
Ho passato sei mesi a pensarci, ho fatto liste infinite di personaggi di film che mi avevano ispirato, ho valutato di usare il mio nome di battesimo… e alla fine ho scelto il nome del mio profilo Instagram, che tra l’altro esisteva già da tempo. Però devo ammettere che, anche se non è nato con un’intenzione precisa, il nome mi rappresenta abbastanza bene. Non è una scelta filosofica, ma alla fine ci sta.

C’è una certa malinconia sotto la superficie dei tuoi brani, anche nei momenti più ritmici. È una caratteristica che ti appartiene come persona o è un tratto che cerchi di valorizzare musicalmente, come firma del tuo suono?
Una volta ho pensato che se dovessi scegliere un solo genere musicale da portarmi su un’isola deserta, sceglierei il soul. Perché ha tutto quello che mi piace: melodie che possono essere malinconiche, ma sempre sorrette da un ritmo che rende tutto più sopportabile, quasi liberatorio. Questa è la mia più grande ispirazione: poter scrivere come i grandi del soul.
Quindi sì, sono una persona con un lato malinconico, ma nei miei testi c’è anche autoironia. Poi c’è la mia anima da DJ, che non posso cancellare. Mi piace il ritmo, amo far ballare la gente. E ho scoperto che questa combinazione funziona. È come se il groove desse leggerezza alla malinconia, senza negarla.
È un equilibrio che mi rappresenta.



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