Con il tour dei 20 anni ormai agli sgoccioli, i Talco si preparano a chiudere un 2025 intenso, affollato di palchi, sold out, festival impegnati e ritorni carichi di significato. Dopo aver attraversato l’Europa e aver portato la loro miscela inconfondibile di ska-punk, folk e impegno sociale in città che ormai li considerano di casa, alla band restano due ultime tappe italiane: Livorno (19 dicembre) e Torino (20 dicembre).
Vent’anni di carriera non sono un traguardo qualsiasi, soprattutto per una realtà nata e cresciuta nell’underground, che ha sempre scelto la strada più difficile: quella dell’autenticità, della coerenza e della musica dal basso. In questi mesi i Talco hanno celebrato non solo un anniversario, ma una comunità, una storia condivisa con un pubblico che non ha mai smesso di muoversi, di cantare, di credere.
In vista delle ultime due date italiane del 2025, li abbiamo raggiunti per fare un bilancio dell’anno, del tour e di ciò che significa, oggi, essere una delle band più longeve e influenti della scena punk indipendente europea.

Il tour dei 20 anni vi ha portato in lungo e in largo per l’Europa nel 2025. Guardandovi indietro, qual è stato il momento in cui avete realizzato davvero cosa rappresentano due decenni di Talco per voi e per il vostro pubblico?
Direi che quotidianamente c’è stata una sensazione di sorpresa e di gratitudine nel vedere il pubblico incrementarsi in maniera molto evidente. Abbiamo sempre vissuto questo percorso come una scala in cui non si vedeva mai la fine. Ogni scalino ci portava a qualcosa di più. Ma credevamo che dopo 20 anni questa cosa rallentasse vistosamente. Vedere che è accaduto il contrario, ci ha fatto pensare che tutte le scelte fatte, positive o negative che fossero, probabilmente sono state viste come sincere e genuine, e nutriamo molta gratitudine per chi ancora non si è stufato di noi. Siamo una band che ogni anno non si siede sulle fortune, perché sappiamo che da un momento all’altro tutto può cambiare in peggio, e finché continueremo a pensare a quel qualcosa in più che ci manca, il progetto andrà avanti.
Credo che il doppio sold out a Berlino di febbraio scorso sia stato magico. Personalmente mi sentivo a casa, lì forse è stato il momento che mi ha reso più fiero dei Talco. Il paese da cui siamo partiti non ci ha mai molto preso molto in considerazione, direi pure e soprattutto la città in cui viviamo e dove siamo cresciuti: sia istituzionalmente che non, fatta eccezione per poche oasi, non siamo quasi mai stai considerati, né coinvolti in qualcosa. Forse perché non siamo dei signorsì, siamo gelosi della nostra identità e indipendenza, o semplicemente non eravamo all’altezza delle esigenze di addetti ai lavori veneziani. Non lo dico con un senso di frustrazione, ma come una fortuna. Se non fosse stato per questa indifferenza nei nostri confronti, non saremmo andati all’estero e probabilmente ora ci troveremo a fare altro.
Essere adottati da molti paesi in Europa è stata la chiave per poter proseguire nel nostro sogno e crescere sempre di più. E Berlino per noi è stata la casa per eccellenza. Quindi si, romanticamente potrei dirti che a Berlino ho iniziato a capire veramente cosa rappresentano per me i Talco, non un successo, perché aspirare a quello ti distrae, e in realtà pregiudica le tue passioni e l’integrità del tuo lavoro. Quello che rappresentano i Talco è la fortuna di essere me stesso e di potermi esprimermi senza inibizioni. E se il pubblico continua a seguirci la chiamerei una doppia fortuna.
La data di Marghera al Mediterranea Fest aveva un significato particolare, quasi “di ritorno alle origini”. In che modo quell’esperienza ha influenzato l’energia e la prospettiva con cui state affrontando questo finale di tour?
Esattamente di questo ti parlavo, siamo stati accolti da una delle poche oasi che ci hanno dato credibilità e considerazione. E anche riconoscimento. Una cosa che invidio ad alcune bands è che hanno scritto delle canzoni, diventate colonna sonora di un’idea, un movimento. Ne abbiamo avuto l’opportunità anche noi, con una canzone dedicata a una tifoseria, che però, vista la sorprendente posizione netta nel non condannare il genocidio palestinese, non eseguiamo più dal vivo da parecchio. Quindi eravamo rimasti un po’ orfani da questo punto di vista. Quando la gente si riconosce in una tematica, suonarla dal vivo diventa magico, ed è stata la sensazione che ho provato cantando “Muro Di Plastica” al Rivolta: è una delle ultime canzoni che abbiamo scritto, di “Videogame”, uscita verso la fine della pandemia e, quello che ci ha sorpreso, è che è stata subito apprezzata e cantata dalla gente ai concerti, senza il solito rodaggio di un anno-due.
“Muro Di Plastica” è stato un esperimento di video-canzone: parla di un ragazzo che sta giocando sadicamente ad un videogioco di morte, in cui l’obiettivo è fare arrivare a riva un barcone.
Improvvisamente si addormenta e finisce all’interno del gioco, mentre sta per affondare, senza riuscire a svegliare se stesso dall’altra parte dello schermo. È un gioco più o meno arzigogolato per mettere in rima una massima molto semplice quanto profonda: “Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te”. Il tema dell’accoglienza e della compassione, dell’empatia, è un tema molto attuale che sento profondamente, e mi fa piacere suonare “Muro Di Plastica” ad una serata per Mediterranea, una ONG che come molte altre è stata fonte di ispirazione per questa canzone.
Avete già affrontato tante tappe importanti quest’anno: Milano sold out, eventi speciali, festival impegnati. Ora mancano solo Livorno e Torino: cosa rappresentano queste ultime due città per la vostra storia e per la scena che vi ha sempre sostenuto dal basso?
Noi non ci aspettiamo in realtà mai nulla perché pensiamo vada sempre male tutto, per poi ricrederci..ahahah. Finché dura è anche salutare volare basso per poi sorprenderci se le cose vanno bene!
In Italia lo facciamo ancora più con i piedi di piombo, perché ci suoniamo veramente poco. Ma non certo per scelta nostra. Siamo partiti nel 2004 da subito “emigrando” dal nostro paese che, purtroppo, in preda ad una crisi forte della scena alternativa (che aveva avuto i suoi fasti a fine anni 90), non ci offriva la possibilità di poter partire dal basso per creare qualcosa, o almeno provarci. Ora ci ritroviamo ad averne la possibilità, tornando a casa da un lungo viaggio, i risultati sembrano molto buoni e ne siamo fieri, ma certo metterci 20 anni per creare un progetto stabile, per dopo essere considerati un minimo dalle nostre parti, fa pensare che forse qualcosa non andasse nel panorama musicale….o semplicemente che non piacessimo. Non si può piacere certo a tutti, mica mi offendo, ma ci sono bands che stanno percorrendo come noi un sentiero fuori dal nostro paese per potere godere in pianta stabile di quello che fanno, molti promoter preferiscono piazzare le bands in Italia come ultima opzione, facciamo due più due e qualcosa vorrà pur dire. Da parte nostra c’è sempre grande apertura e gratitudine quando suoniamo dalle nostre parti, questo è poco ma sicuro!
Una delle cose che più colpisce dei Talco è la capacità di mantenere un’impronta politica chiara senza perdere incisività musicale. Durante questo tour, avete percepito un cambiamento nel modo in cui il pubblico recepisce i messaggi sociali e politici delle vostre canzoni?
È sempre una domanda a cui rispondo con piacere, diciamo la risposta più esauriente arriverà nel prossimo disco che è già in dirittura d’arrivo, perché parla in un certo senso anche di quello!
Ma in ogni caso rima o non rima, rispondo con piacere perché mi mette sempre di fronte a molte contraddizioni, e mi piace sentirmi a disagio ahahaha.
Premetto che quello che scrivo non è mai volto a insegnare qualcosa, non sono un insegnante, e nemmeno un politico o un demagogo, ecc., anzi: anche se nessuno riuscirà mai ad estorcere un nome in pubblico, detesto i gruppi che fanno comizi sul palco, la trovo una ruffianeria retorica per comprare consensi nella tua zona di comfort. Un discorso ok, ci mancherebbe altro, ma tutto basato su comizi retorici lo trovo stucchevole. Le mie idee, almeno chi segue i Talco spero le conosca e non mi tiro indietro a criticare qualcosa che fa parte anche della mia fittizia “barricata”. Non amo le zone di comfort, perché ci rendono persone costruite. In generale parlo di ciò che mi appassiona e, da appassionato di cantautorato, con tutti i limiti che posso avere, cerco sempre di andare oltre allo slogan retorico che detesto dal profondo del mio cuore, perché lo trovo una paraculata, un make-up per l’applauso facile da parte di chi vuole sentirsi dire esattamente quella cosa. A volte ci si riesce ad essere un po’ più articolati, altre volte meno, ma già il tentativo e il bisogno di cercare una certa profondità, per rispettare gli importanti temi trattati, esclude l’idea di fallimento. Questo per me è importantissimo.
Perché questa premessa? Perché non è piacevole quando vieni etichettato per uno slogan che magari neanche tu dici. Abbiamo la fortuna di avere davvero pochi haters, ma per come sono fatto mi fa più soffrire un commento negativo che 99 positivi. E quando sento accuse e imposizioni su cosa dovrei fare, mi sale il rabbioso. Odio lamentarmi, perché se ho un privilegio di vivere di ciò che amo, lo devo a chi viene ai concerti, ascolta la nostra musica, ma detesto chi pretende da me qualcosa – e qui ci ricadiamo – dalla propria zona di comfort.
Per rispondere alla tua domanda, che mi perdo sempre in discorsi lunghi, mi dilungo ancora un po’. Ahahah. Ho un rapporto di gratitudine estrema con il pubblico che mi porta anche a frustrarmi quando personalmente subisco qualcosa che non credo di meritare, sia esso un commento su 99 appunto. Ti faccio un esempio: c’è stata una polemica su un festival a cui abbiamo partecipato per anni in molti, direi tutta la scena punk spagnola e non. Quest’anno si è scoperto che il festival era sovvenzionato da un fondo legato alla vendita di armi ad Israele….al che una miriade di bands hanno fatto sermoni ed emesso comunicati sul boicottare quel festival che fino a ieri decantavano come il migliore, pagati fior fior di quattrini. Noi non abbiamo fatto nessun comunicato. Alcuni di quei gruppi però, a differenza nostra, in altri festival sovvenzionati da quel fondo, ci vanno a suonare, e si fanno ben remunerare, e sai che quadretto esce per i “tifosi accecati da fittizie prese di posizione”? Che loro sono amici del popolo, perchè hanno fatto un comunicato. Quindi hai la musica che dovrebbe parlare per te, ma ti diletti a parafrasare ciò che già scrivi da anni? Io qualche domanda me la farei no…specie se dopo il tuo nome lo vedo sul flyer di un festival sovvenzionato dallo stesso fondo. La verità è che se i fatti parlano per te non c’è bisogno di fare nessun comunicato.
Quindi la risposta che ti darei è, devo la mia vita al pubblico, ma credo che la gratitudine non vada confusa con sottomissione. Spero di poter godere per molti anni del consenso delle persone, ma rimanendo me stesso, senza appartenere a nessuno. Continuo a pensare che il pubblico sia sacro, ma che a volte ci si appiattisca troppo su slogan di facciata o su venerare avatar. Mi piacerebbe scrivere una canzone che si intitola “Dietro Le Quinte”…
State portando in giro una setlist che attraversa tutti i vostri album, da Tutti Assolti a Videogame. Quali brani del passato vi hanno sorpreso per come sono stati accolti in questo tour? E ci sarà qualche “ultima sorpresa” per Livorno e Torino?
Certo che sì, a partire dal mese di Dicembre avremo delle grosse sorprese, sta per cominciare un nuovo percorso per noi, spero porti altrettante soddisfazioni. Sarà un tour de force lavorativo, ma ci teniamo molto, perché non fermarci ci dà lo stimolo per cercare di fare qualcosa di più giorno dopo giorno. E questo percorso combacia più o meno con la settimane delle date in Italia. Speriamo che la gente accolga questa sorpresa positivamente!
Come brani, abbiamo recuperato qualcosa che non facevamo da parecchio tempo, come Malandia, 11 settembre 73, Radio Aut, La Sedia Vuota, Signor Presidente ecc. Forse Malandia è quella che più mi ha sorpreso, perché era uno dei singoli di Silent Town, e nel 2016 non sembrava attecchire molto dal vivo…mi ricordo che ci eravamo arresi dopo qualche mese, mettendola da parte…abbiamo provato a riarrangiarla, adattando dei ritmi al live e la gente risponde sempre con entusiasmo.
Il 2025 è stato un anno intenso: palco dopo palco, festival impegnati, sold out e nuove collaborazioni. Se doveste riassumere cosa vi ha insegnato questo ventesimo anniversario.- sulla band, sul vostro pubblico e sul percorso che vi aspetta – cosa direste? E come volete chiudere simbolicamente questo ciclo proprio con le due date finali in Italia?
Che non si finisce mai di provare sorpresa, felicità e curiosità per l’affetto che ci riservano le persone. Le uniche due cose che ho sempre preteso da me stesso sono ambizione e umiltà. Non sono due parole in contraddizione, ma un matrimonio perfetto per andare avanti con passione: si può sempre ambire a qualcosa di più ma ricordando sempre chi sei, quali sono i tuoi limiti, e credo di averne tantissimi. Ma sicuramente la passione che ho nel fare quello che faccio aiuta a provare sempre ad andare oltre.
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